Il tatuaggio è una delle pratiche più antiche del mondo e, al contrario di quello che si potrebbe pensare, le donne son sempre state grandi esponenti di quest’arte, tanto come artiste che come tele sulle quali disegnare. Negli Stati Uniti,il 2012 è stato l’anno in cui il numero delle donne tatuate superava quello degli uomini.

Una grande scrittrice, femminista, ghe-pensi-mi, chiamata Margot Mifflin, ha da poco pubblicato un libro che esplora la sub-cultura del tatuaggio femminile dall’inizio del 1900 fin ad oggi.
Bodies of Subversion conserva dentro di se moltissime immagini inedite ed altrettante chicche, per esempio sapevate che gli anni ’90 hanno consacrato il tatuaggio sul petto per le donne che avevano subito una mastectomia? Oppure che Maud Wagner, prima tatuatrice della storia, ha accettato di uscire col quello che poi diventò suo marito solo in cambio di lezioni di tattoo? Mentre invece durante l’epoca vittoriana il tatuaggio era visto come ornamento di gran classe, tant’è vero che la madre di Churchill aveva un serpente sul polso?
Col passare del tempo il tatuaggio è diventato sempre più comune e non è stato più visto, dalla gran parte delle persone, come un brutto modo per sottolineare la propria voglia di ribellione. Per quanto si sentano ancora in giro, frasi come “Non la facevo tipa da tatuaggio” sono sempre più fuori dal tempo. Prendete come esempio la hit girl del momento Lena Dunham con il suo personaggio in Girls, nonostante i suoi tatuaggi siano belli in vista non tolgono ne aggiungono nulla all’interpretazione, i suoi tatuaggi vengono visti per quello che sono: parte della sua personalità.
In conclusione la Mifflin vuole sottolineare come questa sotto cultura a prevalenza maschile si sia trasformata in un’arma a volte di seduzione, a volte di difesa per tutte quelle donne che non hanno paura ad autodichiararsi i loro pensieri sulla pelle.
E’ forse un caso che sia proprio Kat Von D la tattoo artist più famosa del mondo? Io non credo.
Silvia Butta Calice
Francese d’adozione ma di italiche origini, nata a Venezia nel 1362, Christine de Pizan può essere definita come la prima rivendicatrice della dignità femminile in un’epoca in cui il binomio donna-demonio era tanto frequente quanto l’odierno ed inveterato paragone velina-cretina. Poetessa e filosofa, fu la prima scrittrice europea di professione; al suo attivo va ricordato persino un elogio di Giovanna D’Arco, con la pulzella d’Orléans ancora vivente. Ma è nella sua massima opera, il Livre de la Cité des Dames (“Il libro della Città delle Dame”, memore della lettura della “Città di Dio” di Sant’Agostino), composto tra 1404 e 1405, che la precoce paladina del gentil sesso si rivela al suo apice, rispondendo a tono ai detrattori delle donne, tra cui Jean de Meung e il nostrano Giovanni Boccaccio, benché defunti entrambi da tempo. Adducendo esempi di donne virtuose, quali Didone, fondatrice di Cartagine e Semiramide, regina di Babilonia, Christine manda all’aria secolari esperienze di virile letteratura misogina. Vari gli argomenti toccati: centralissima la nobiltà d’animo superiore a quella per stirpe, ma soprattutto la necessità di un’educazione femminile che possa riscattare la donna dalla sua posizione subordinata al maschio. Un’opera brillante, sensata, volutamente provocatrice per l’epoca, certo, ma forse anche per la nostra avanzata società moderna, nella quale c’è ancora chi si serve della taglia del reggiseno come unità di misura delle possibilità di successo.
Cesare Mascitelli
Autrici: Lidia Beccaria Rolfi, Anna Maria Bruzzone
Titolo: Le donne di Ravensbrück
Edizione: Einaudi, 2003, pagg. 282, € 11,80
Scegliere di onorare la Giornata della Memoria è un gesto necessario, ma le parole di chi non ha vissuto non sempre bastano per capire, spiegare, accettare l’orrore. «Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», diceva Tommaso d’Aquino. E lasciamo dunque che siano le parole di coloro che hanno esperito, che come gelido vento sui fili spinati di Ravensbrück, ci raccontano dell’unico campo di internamento esclusivamente femminile: solo parole di donne, ebree o partigiane, rivoluzionarie, antifasciste, prigioniere politiche, voci femminili reali che documentano con particolari tanto agghiaccianti quanto veri. Pochi sanno, quasi nessuno forse, ciò che accadeva tra i blocchi di questo campo a 90 km da Berlino. E’ ora di intraprendere questo viaggio doloroso, per chi vuole saperne davvero di più.
Cesare Mascitelli
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