Alessandro Comodin, classe ’82, vive a Parigi ed è il regista friulano di cui i Festival di cinema di mezza Europa stanno parlando da più o meno un anno, ovvero da quando è uscito L’Estate di Giacomo, il suo primo lungometraggio distribuito dalla Tucker Film, vincitore del concorso Cineasti del Presente a Locarno (oltre che Belfort, Festival dei Popoli, Jeonju,…). A noi di Toylet è piacuto molto e abbiamo intervistato il regista in un bar di un paesino costiero della Bretagna.
Il film ha avuto un grande successo di critica a livello di Festival e sta andando molto bene anche al botteghino. Ti aspettavi questo risultato?
E’ più o meno un anno che sono in giro per promuoverlo tra vari festival e ho avuto un’accoglienza molto calorosa. No, non me l’aspettavo.
In L’estate di Giacomo c’è una attenzione al tema della grazia, ai sentimenti semplici e teneri del relazionarsi tra un ragazzo ed una ragazza. Cosa ti eri ripromesso di raccontare all’inizio delle riprese?
Mi ero ripromesso di narrare la storia di Giacomo e non sapevo bene cosa avrei raccontato. Quello che volevo mostrare era il momento di passaggio: la scoperta del mondo, quando si diventa adulti, quando si perde l’innocenza e si passa ad essere più grandi. L’estate è la stagione che meglio esprime quel momento, perché dura poco anche se sembra che duri per sempre e poi si passa dall’avere una certa libertà al riassumersi delle responsabilità a settembre con la scuola, l’università… Alla fine dell’estate c’è sempre questa sensazione di perdita che ha il gusto dolce del ricordo di un tempo felice.
Il fatto che Giacomo sia sordo che ruolo ha nel suo percorso verso la conoscenza degli affetti che hai voluto mostrare nel film?
Il percorso personale di Giacomo ha certamente inciso. Lui lo conosco da quando aveva 6-7 anni perché è il fratello di un mio amico del liceo. L’ho perso di vista poi e l’ho incontrato di nuovo che aveva 16-17 anni. Quando mi ha detto che stava per operarsi per recuperare l’udito ho iniziato a pensare al film. Inoltre sapevo che Giacomo sarebbe stato un po’ scomodo in quei posti, dato che era sempre stato protetto molto dalla sua famiglia. Era la prima volta che metteva i piedi nel fango e che faceva il bagno nel fiume. Era lamentoso e schizzinoso (ride, ndr).
Il setting del film viene dalla tua regione, c’è qualcosa di autobiografico nella storia?
E’ un po’ tutto autobiografico. Quelli sono i miei luoghi e li conosco bene, hanno un valore affettivo per me (il fiume Tagliamento in Friuli, ndr)… ma i luoghi precisi di dove ho girato il film restano un segreto.
Il fatto che Giacomo Zulian, l’attore protagonista, sia realmente un ragazzo sordo che ha eseguito un’operazione per recuperare l’udito trasforma l’opera in un ibrido tra film e documentario. Quanto spazio ha avuto l’improvvisazione nel film?
Tutto è improvvistato, è una collezione di cose totalmente impreviste e faccio anche fatica a trovare delle categorie cinematografiche in cui collocarlo. Inoltre si è effettivamente innamorato di Barbara (Colombo, la seconda ragazza, ndr) nell’estate successiva all’operazione. E’ lui che l’ha portata nel film.
Quali sono gli autori che più ti hanno condizionato come regista?
Tanti e soprattutto del passato. Come Pasolini e Rossellini oggi non se ne trovano più, per non parlare della Nouvelle Vague. E poi aggiungerei anche Jean Rouch, uno dei grandi maestri del documentario e dell’antropologia visiva.
Tu hai studiato in Italia e poi per lo più in Belgio. Come vedi il paragone tra le due scuole di cinema e le due industrie?
In Italia non ho mai lavorato, quindi non posso fare un paragone completo. Posso dire che in Belgio (all’INSAS di Bruxelles, ndr) mi hanno inseganto che questo è un lavoro, non sei un artista lasciato a vagheggiare, ma c’è un rapporto stretto con la realtà. E poi mi hanno insegnato l’umiltà nel lavoro cinematografico che è la forza che ti fa andare avanti.
Pietro Cattorini
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