Entrando nelle sezioni di Cinema delle librerie, talvolta la sensazione è di desolazione, come di entrare nella casa di qualche anziana abbandonata a sé: sembra che il tempo abbia dovuto fermarsi, che non esista film prodotto oltre il 1979, come se Audrey Hepburn fosse sulle copertine delle riviste, Hitchcock una smash-hit al multisala, La dolce vita appena uscito, Sergio Leone una novità. Quando invece non è così.
Ma basta cercare e trovare, ad esempio, La Sovera Edizioni che da quasi trent’anni pubblica principalmente autori esordienti ed emergenti, su qualsiasi cosa valga la pena di scrivere, per la necessità di qualcuno di farlo, per la possibilità di qualcun altro di leggerlo. E nella collana “Ciak, si scrive” si trovano saggi su registi come Christopher Nolan (che il primo film lo ha fatto nel 1998), Park Chan-Wook (di cui in Italia, per via diretta, è possibile vedere solo tre titoli e 1/3), Robert Zemeckis, o un impensato raffronto tra Quentin Tarantino e Takeshi Kitano.
E adesso arriva Luca Lombardini, classe 1981, redattore www.taxidrivers.it, www.silenzio-in-sala.com, www.positifcinema.com (al momento down a causa di qualche provider truffaldino) a scrivere (quasi?) per primo, in collaborazione col collega Gianluigi Perrone, sull’«eclettico, anarchico, inclassificabile» Danny Boyle, l’ipercinetico, inafferrabile regista inglese dell’eroina di Trainspotting, degli zombie veloci di 28 giorni dopo, della favola di The millionaire e
non solo.
Insomma: non l’ennesimo saggio su Pasolini, e non facendo finta che il tempo si sia fermato, anzi.
Lo abbiamo intervistato.
L’idea, la necessità, la possibilità di un volume su Danny Boyle: come e quando e perché è nato il progetto?
Alla base del libro c’è una sorta di pastura emotiva, metà fifa metà egocentrismo. Mi spiego meglio. Luca Lardieri, assieme a Simone Isola creatore e responsabile della collana cinematografica in seno alla Sovera, mi propose una monografia su Danny Boyle l’estate scorsa. All’inizio risposi “ni” e presi tempo. Non esistendo materiale bibliografico diretto su Boyle avevo paura di non potermi appoggiare su nulla. Tempo un finesettimana e quel “ni” si trasformò in sì convinto. 48 ore mi bastarono a capire che avrei potuto scrivere qualcosa di assolutamente personale, libero da pensieri, riflessioni e percorsi che non fossero esclusivamente farina del mio sacco. La fifa, insomma, aveva lasciato il posto ad un sano egocentrismo, che poi è il sentimento capace di muovere cuore e anima di chiunque si cimenti o diletti in quest’ambito, si tratti di cinema, politica, cucina, sport o giardinaggio.
Da dove arriva Luca Lombardini?
Precisamente da Latina, città di mezzo tra Roma e Napoli, un paese troppo grande che vorrebbe essere piccola metropoli ma, nonostante il tempo passi, resta sempre: “estetica anestetica provincia cronica”. Ogni tanto mi sono sentito come un personaggio di Boyle, un po’ ribelle ma sempre fuori tempo e posto, spesso incompreso, eccezion fatta per 3/4 amicizie fidate. Troppo incline all’igiene per essere considerato punk nonostante suonassi in gruppi punk, innamorato del cinema di genere italiano secoli prima che Tarantino lo sdoganasse (provateci a resistere in un corso di cinema con la convinzione che Di Leo è meglio di Petri perché ne Il poliziotto è marcio Merenda si fregava i soldi mentre in Indagine su un cittadino… Volontè è solo uno squilibrato), talmente onnivoro di letteratura da amare, all’unisono, Spillane, Auster, King e Carroll; troppo intellettuale per alcuni, dai gusti troppo semplici per altri (leggi i fumetti? Quasi trent’anni e ti piacciano ancora i Nirvana?). Poi l’illuminazione: scrivere di cinema è molto meglio di qualunque cosa. Più della musica, del calcio, della letteratura, ogni tanto pure del sesso. Inoltre sono più bravo a scrivere che a suonare il basso e mi riesce meglio che giocare mezz’ala.
Questo è il tuo primo saggio. Dove bisogna andare a sbattere per analizzare un regista (già presumibilmente ammirato)? Come si trova un punto di partenza? Non dovrebbe esserci troppo di “già detto” su Boyle, perlomeno in Italia…
Ho esordito nella saggistica seguendo l’istinto che mosse le mie prime recensioni, privilegiando l’analisi, la visione d’insieme, il percorso d’autore rispetto alla critica vera e propria. Ho passato un mese a rivedere i film di Boyle, quello successivo a rivedere qualunque cosa i film di Boyle mi avessero ricordato o fatto supporre potesse centrarci qualcosa con lui. Ho chiuso cerchi e forzato chiavi di lettura, fino a trovare l’inizio della via che, nel caso specifico, ha coinciso con la continua ricerca ad uno stile di vita alternativo, spesso nei fatti irraggiungibile perché retaggio di una cultura britannica da sempre fortemente antiutopistica. Eccezion fatta per Una vita esagerata e Millions (due favole, la prima d’amore la seconda per famiglie) nel cinema di Boyle la rivoluzione non si compie mai, anzi. Bisogna arrivare a The Millionaire, ad un nuovo viaggio dopo la fallimentare esperienza in Thailandia con The Beach, perché il miracolo riesca nella realtà. Jamal è il fratello minore ma coscienzioso di Mark Renton, come lui riemerge da una latrina, ma impiega il denaro nel modo giusto, non si fa infettare dai soldi, bensì li vince per regalare un futuro migliore alla sua bella. Di Boyle mi ha piacevolmente frastornato il lato sociale e politico dei suoi film, la sua visione del denaro, il suo essere ideologicamente distopico, quello che in Italia (ma non solo) continua a sfuggire a molti. Per alcuni è stato solo il regista di Trainspotting, adesso è diventato l’autore furbetto di The Millionaire. Non è così, sotto c’è molto di più, talmente tanto che vale la pena di scoprirlo.
Tra internet e la carta com’è scrivere di cinema oggi? Tra te e la casa editrice ci sono state delle divergenze?
Scrivere è facilissimo, trovare qualcuno che ti paghi per farlo concedendoti libertà di espressione è pura utopia. Oltre ad uccidere la carta stampata, internet ne ha ormai pervertito la concezione di scrittura dei pezzi. Prendi molte riviste di cinema ad esempio: poche battute, frasi ad effetto, un po’ di trama e una bella foto. La lettura cartacea sta diventando come quella online, bisogna andare di corsa, offrire il minimo indispensabile, contenti loro… A tal proposito mi reputo un privilegiato. Tutt’ora mi capita di rinunciare al compenso pur di conservare, intatte, le mie oasi creative e tu dovresti saperne qualcosa. Stesso discorso per la Sovera: massima libertà, minimo indispensabile di pressione. Approvato il progetto mi hanno dato una scadenza, da lì in poi giusto qualche sondaggio e nulla più. In questi mesi ho avuto la fortuna di avere vicino due colleghi preziosi: Gianluigi Perrone, che con il suo contributo ha dato al libro la spinta che inizialmente mancava, e Ilario Pieri. I suoi consigli e i suoi incoraggiamenti mi hanno aiutato a forzare quelle chiavi di lettura accennate una domanda fa.
Il sottotitolo del saggio, “Brucia ragazzo brucia”, riprende il titolo di un film di Fernando Di Leo del 1969. C’è qualche connessione o è solo una citazione nominale?
Di Leo è un regista che mi ha praticamente formato come cinefilo, ma il sottotitolo del libro corrisponde ad un semplice prestito, tanto lontano dal contesto trattato da meritare una giustificazione nell’introduzione. Cercavo qualcosa che potesse sintetizzare l’immagine che mi è sempre arrivata del cinema di Boyle, cioè quella di personaggi dalle anime infuocate e smaniose di cambiamento, accese da una sorta di scintilla sacra e perenne, tendente alla continua ribellione. Presentai sinossi e indice con il sottotitolo provvisorio di Gioventù bruciate, sigla che non mi è mai piaciuta più di tanto. Il caso ha voluto che, comprato finalmente il dvd di Trainspotting, andai alla ricerca della vhs per cestinarla. Di fianco c’era la cassetta con il film di Di Leo in questione, registrata non ricordo come e dove, titolo nero su striscia bianca: l’ho trovato semplicemente perfetto.
Passiamo a Danny Boyle. I protagonisti dei suoi film sono quasi sempre ragazzi/giovani adulti che vogliono superare la barriera dell’ordinario. I suoi sono ritratti/visioni vicini alla nostra realtà generazionale?
In parte. Quelle che tu chiami ritratti/visioni arrivano sullo schermo filtrate dall’educazione artistico/culturale di Boyle. Un personaggio che avrebbe dovuto prendere i voti ecclesiastici ma vi rinunciò per il teatro, studiandolo scoprì il nichilismo punk. Solo a pensarci è un percorso assurdo ma da solo spiega parecchio del suo cinema. Molto dell’immaginario in questione si rifà ai tardi anni ’70 londinesi, quella che mette in scena è una ribellione perdente contro un sistema talmente forte da riassorbirti subito dopo averti abbindolato con il dolcetto della possibile via di fuga. La nostra generazione non si sbatte invano come nei film di Boyle, buona parte rimane ferma, immobile, si bea del proprio conformismo nonostante l’assurdità del paese in cui viviamo. Stiamo perdendo la voglia di elevarci rispetto alla massa, magari leggendo semplicemente un libro o guardando un film. Siamo statici, se critichiamo lo facciamo da posizioni di comodo, seduti sul divano a guardare Santoro, Travaglio o Saviano, magari l’ultimo film della Guzzanti. Guardo i miei coetanei e mi viene in mente un vecchio brano degli Afterhours: “la mia generazione ha un trucco buono, critica tutti per non criticar nessun, e fa rivoluzioni che non fanno male, così che poi non cambi mai, essere innocui insomma che sennò è volgare”. Ci mancano i simboli, una moda positiva alla quale aggrapparci, lo straccio di un movimento che valga la pena seguire. Qui scatta il piano Boyle, ma solo i più furbi saltano sul treno in corsa. Fanno le valigie per andare a studiare o a lavorare all’estero, quella è la nostra isola di The Beach. Peccato che in Italia restino solo gli avanzi e gli adolescenti d’oggi, mentalizzati sugli stereotipi catodici, non saranno in grado di cambiare le cose in un futuro prossimo, semplicemente perché più stupidi e instupiditi di quanto lo eravamo noi alla loro età.
Danny Boyle, come Stanley Kubrick, ha spaziato tra generi completamente diversi (e spesso le sue sceneggiature sono tratte da libri), mai adattandosi ma sempre adattando a sé. Sono paragonabili questi due registi?
Per Danny Boyle Kubrick è qualcosa tra l’ispirazione e l’ossessione. Il personaggio di Ewan McGregor in Piccoli omicidi tra amici si chiama Alex, mentre l’improvviso divenire gotico e paranoico della vicenda rimanda inevitabilmente a quello che può essere definito il suo maestro. Trainspotting è una Arancia meccanica riveduta e corretta. Prendi il finale ad esempio. Kubrick chiude il suo film in maniera politica, con Alex incapace di far del male pur desiderandolo, perché vittima della nausea figlia della corretta riuscita riconducibile al programma Ludovico. Boyle opta per una svolta sociale. Renton sceglie la vita perché corrotto dal denaro, abbandona i suoi amici, fa la carità a Spud e decide di rientrare nel sistema dalla porta principale, cioè soldi alla mano. Si conforma al sistema accettando ciò che prima rifiutava. Può e vuole ottenere quello. Alex no. Vorrebbe altro, non vi riesce più perché costretto ad assumere un altro comportamento. Questo senza dimenticare 2001 Odissea nello spazio, riferimento formale praticamente obbligato se si ha l’intenzione di girare un film come Sunshine. Ideologicamente non sono paragonabili, ma si avvicinano molto nella comune concezione di esploratori autoriali dei generi.
Nei suoi film la musica e le canzoni paiono essere un elemento cardinale a cui vengono dati sempre impatto e risalto, cosa che può essere considerata sia ruffiana che evocativa, puro mtv o abilità. Cosa ne pensi? E qual è il momento di miglior connubio musica-immagini del suo cinema?
Danny Boyle è un po’ come quei musicisti che prediligono le dinamiche musicali rispetto alla chiarezza/importanza del testo. Sono convinto di come nei suoi film la colonna sonora arrivi addirittura prima della sceneggiatura, in questo può essere avvicinato a Tarantino (quanto meno nella priorità dell’accompagnamento) o a Cameron Crowe, anche se con Trainspotting è riuscito nell’impresa di offrire uno spaccato generazionale, mentre Crowe, pur provandoci, fallì in profondità ai tempi di Singles: cartolina di Seattle che nulla aveva a che vedere con il grunge nonostante la compilation e le comparsate illustri. Il cinema di Boyle è saturo di corpi sonorizzati: prendi l’inizio di Trainspotting, il balletto di Una vita esagerata o il finale di The Millionaire. Non si tratta di semplice enfasi o scaltrezza pubblicitaria, ma di una precisa priorità che colloca la musica al centro del suo linguaggio cinematografico. Studiare i gruppi che affollano i suoi film è essenziale ai fini della comprensione d’insieme. Senza i Leftfield, gli Underworld o il brit pop non esisterebbe il cinema di Boyle, sarebbe come guardare un film di Carpenter arrangiato da un altro compositore. Il libro stesso, come per osmosi, è frutto di un accompagnamento musicale, non avrei scritto una riga senza gli Spoon, i Cowboys Junkies, i Nouvelle Vague e i Band of Horses. Gruppi che mi hanno scortato al pc negli intervalli d’ascolto tra una colonna sonora e l’altra.
Boyle mette i suoi personaggi all’interno di una situazione di costrizione, prima di tutto fisica, che sembra aumentare film dopo film, soprattutto nei suoi ultimi lavori, fino a raggiungere l’immobilità in 127 ore; ma sempre mantenendo uno stile ipercinetico. È esplorazione stilistica, un tuffo nel personale, l’età che avanza o cos’altro?
127 ore rappresenta il naturale passaggio, numerico e di posizione, all’interno del cinema di Boyle. Prevalentemente ha sempre lavorato con famiglie di fatto, focolari alternativi scelti in età adulta, lontani dai vincoli di parentela. Quelli non li scegli, caso mai sei scelto da loro. Di base c’è sempre stato un triangolo di personaggi (Piccoli omicidi tra amici, The Beach, 28 giorni dopo, The Millionaire), allargato a quattro in Trainspotting e Millions. Unica eccezione l’equipaggio di Sunshine e la coppia di Una vita esagerata. 127 ore asciuga alla monade questa tendenza, vincendo ancora una volta la scommessa di un cinema che può creare suspense anche se immobile (la sedia durante il quiz di The Millionaire, la trappola dove si ritrova Franco). Riconosci il grande regista quando assisti a 127 ore dopo aver visto Buried. Quest’ultimo, chiuso com’era nella sua scatola, finiva per annoiare: Boyle ti porta oltre, viaggia con la fantasia del suo personaggio sfruttando il trampolino della sua ipercinetica metacinematografia, traduce in immagini la possibilità che il corpo possa essere obbligato ovunque senza per questo imbrigliare per forza a sé il cervello.
Il primo film di Boyle è del 1994. Sono ancora pochi i registi non prettamente grafici (come ad esempio Guillermo Del Toro o M. Night Shyamalan) o non strettamente “autoriali” ad aver esordito negli anni novanta cui sia stato dedicato un volume. Chi di questi, ormai con carriere quasi ventennali alle spalle, meriterebbe ora un saggio?
Senza dubbio David Fincher, Bryan Singer e Cameron Crowe. Aggiungerei anche James Gray.
In una frase, come fosse un epitaffio: che cos’è il cinema di Danny Boyle? E qual è – chiedendolo nel modo più naif possibile – il suo miglior film?
Il cinema di Danny Boyle è una scelta di vita, decidere se essere a favore o contro di una poetica che non può lasciare indifferenti o neutrali. Personalmente ho un debole per Una vita esagerata, mentre 127 ore credo sia il suo film più completo e maturo. Trainspotting certamente quello più importante. Non esiste il miglior film di Boyle, semplicemente Boyle è il migliore nel fare questo tipo di cinema, lo stesso che ha fatto scuola in Gran Bretagna e costretto il mondo ad adattarsi ai suoi cambiamenti. Non scordiamoci mai che gli zombi hanno iniziato a correre dopo 28 giorni dopo. Può non piacere, lo si può reputare sbagliato ma è così.
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