Francese d’adozione ma di italiche origini, nata a Venezia nel 1362, Christine de Pizan può essere definita come la prima rivendicatrice della dignità femminile in un’epoca in cui il binomio donna-demonio era tanto frequente quanto l’odierno ed inveterato paragone velina-cretina. Poetessa e filosofa, fu la prima scrittrice europea di professione; al suo attivo va ricordato persino un elogio di Giovanna D’Arco, con la pulzella d’Orléans ancora vivente. Ma è nella sua massima opera, il Livre de la Cité des Dames (“Il libro della Città delle Dame”, memore della lettura della “Città di Dio” di Sant’Agostino), composto tra 1404 e 1405, che la precoce paladina del gentil sesso si rivela al suo apice, rispondendo a tono ai detrattori delle donne, tra cui Jean de Meung e il nostrano Giovanni Boccaccio, benché defunti entrambi da tempo. Adducendo esempi di donne virtuose, quali Didone, fondatrice di Cartagine e Semiramide, regina di Babilonia, Christine manda all’aria secolari esperienze di virile letteratura misogina. Vari gli argomenti toccati: centralissima la nobiltà d’animo superiore a quella per stirpe, ma soprattutto la necessità di un’educazione femminile che possa riscattare la donna dalla sua posizione subordinata al maschio. Un’opera brillante, sensata, volutamente provocatrice per l’epoca, certo, ma forse anche per la nostra avanzata società moderna, nella quale c’è ancora chi si serve della taglia del reggiseno come unità di misura delle possibilità di successo.
Cesare Mascitelli
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