Nicolai Lilin, Il respiro del buio, Einaudi, 2011, € 20
Che Nicolai Lilin ci piacesse non si era mai fatto mistero: di lui, in una precedente intervista, abbiamo apprezzato il carattere e il carisma, la passione per il tatuaggio siberiano, l’esperienza della guerra, non da ultimo il suo impegno a Milano con l’inaugurazione dello spazio Kolima. In questa occasione vogliamo invece parlare di Nicolai Lilin autore di libri, ma forse sarebbe più opportuno parlare di un uomo che ha saputo fare del suo talento nel raccontare un’arte affascinante, intrigante e suadente, come quella che pervade le pagine del suo ultimo romanzo Il respiro del buio.
Sono trascorsi due anni di guerra e il protagonista Nicolai (non sorprendetevene, Lilin ci annuncia da subito che quella della sua storia è una “verità riflessa”) torna finalmente a casa. E’ però un ritorno amaro: il reduce della guerra scopre sempre a sue spese la difficoltà del reinserimento nella società civile. I tentativi per Nicolai si susseguono uno dopo l’altro, contraddistinti da una tenacia mai veramente premiata che spinge il lettore ad un’immediata simpatia per il protagonista. Ma nella vita di Nicolai non c’è salvezza e non c’è Dio: nell’illusione di aver abbandonato l’orrore dietro di sé, arriva al punto di sostenere con il tono di una solenne condanna che «la guerra ero io». Questo non è che il punto di partenza di una vicenda che farà conoscere, a chi lo leggerà, un Lilin cinico, logico, tagliente, ma capace di raccontare anche la misteriosa Siberia del gelo e della taiga, degli spiriti, dei boschi e delle superstizioni; un Lilin che, nemmeno troppo velatamente, sembra auspicare un ritorno primordiale nel candore niveo della natura da cui trae le sue radici; un Lilin che, al di là delle brutture del mondo, è capace di cogliere la bellezza, la fragilità e la completezza di un amore. E non si può non scorgere, nella figura di nonno Nikolaj, il Lilin amante delle leggende silvestri e delle armi di pregiata fattura, delle passioni che bruciano sotto la pelle, eppure sempre e incessantemente segnato dal marchio della vita di guerra.
Romanzo di formazione o meno che sia, Il respiro del buio avvolge i lettori nella sua atmosfera ora incantata, magica, ora metallica ed opprimente, dall’odore di polvere da sparo e di bunker senza
ossigeno. Ma queste pagine trovano un senso ulteriore che lo stesso Lilin, insieme alla giornalista Monica Maggioni (realizzatrice, tra l’altro, del documentario Ward54), ha voluto celebrare nella presentazione del libro tenutasi a Milano lo scorso 23 novembre presso gli spazi dei Frigoriferi Milanesi: denunciare ogni guerra che, dal punto di vista di chi l’ha combattuta e di chi continua a combatterla, non si esaurisce in un lieto fine, in un rientro a casa sereno, con l’accoglienza dei familiari e degli amici. Il soldato reduce, quando è abbandonato a se stesso, rischia costantemente di rimanere vittima di uno stress traumatico così forte da piombare in una crisi che a volte è senza ritorno. E’ il PTSD, noto anche come “disturbo post-traumatico da stress“, non è un’invenzione degli psicologi: essa colpisce gli ex militari, li induce al consumo di alcool e droghe, spesso termina con il suicidio e la disperazione dei parenti, ancora persi e scossi tra frasi come “non volevamo crederci”, “non avevamo capito niente”. Denunciare il disinteresse dei governi, la precarietà assistenziale nel campo del sostegno psicologico, l’assenza di reali programmi di reinserimento dei reduci nella società civile è un dovere morale, una necessità che deve contraddistinguere, nell’impossibilità di scongiurare le guerre, una solidarietà umana, oggi terribilmente carente. Lilin, con la levità della sua penna e la coinvolgente trama de Il respiro del buio, se ne fa serio ed autorevole portavoce.
Cesare Mascitelli
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